Il gradimento del presidente Obama nei sondaggi è sceso sotto il 50 per cento. Nonostante ciò, con nessun timore Barack Obama ha deciso di parlare direttamente al Congresso Usa per far approvare la riforma sanitaria da lui proposta.

La decisione di parlare al Congresso per spingere una iniziativa legislativa è abbastanza insolita nel sistema presidenziale americano e alla vigilia i commentatori ne avevano denunciato i rischi. Ma prima una premessa.

A differenza dei sistemi parlamentari, nei sistemi presidenziali come quello americano il presidente, in quanto capo dell’esecutivo, non ha praticamente poteri sul Congresso, se non di influenza. Non può chiedere un voto di fiducia, non può minacciare lo scioglimento delle camere, non può presentare un testo bloccato, prendere o lasciare, non può neppure imporne la discussione. Questo nella forma.

Nella sostanza, i parlamentari di maggioranza, anche se dello stesso partito del presidente, sono eletti indipendentemente da lui ed è ai propri elettori che debbono rendere conto per essere rieletti ogni due anni. Il risultato è che se una proposta di legge è osteggiata dagli elettori nel collegio di un rappresentante democratico (ed è il caso, perché nelle ultime elezioni molti deputati sono stati eletti in collegi moderati o conservatori), il rappresentante non la voterà, dovesse scendere Dio in terra a chiederglielo, e neppure il presidente — soprattutto se, come avviene in questi giorni, la sua popolarità è in declino e non può avvolgerlo nel suo mantello di gloria.

Quindi le difficoltà nel fare approvare la legge ci sono e anche i pericoli di una forzatura, dal momento che quella del discorso alle camere riunite era l’ultima cartuccia che Obama poteva sparare dopo un mese (agosto) in cui il suo piano era stato attaccato e anche il ministro della sanità Kathleen Sebelius aveva mostrato segni di fare marcia indietro su alcuni punti qualificanti. Ma anche la posta in gioco era alta.

Obama sa bene cosa è successo l’ultima volta che un presidente democratico (Bill Clinton) ha provato a fare approvare una riforma sanitaria: contro di lui i repubblicani hanno scatenato l’inferno, lui ha fatto marcia indietro, dopodiché, due anni dopo, ha perso la maggioranza del Congresso e nulla è stato più come prima. Obama lo sa e l’ha detto: “Non sono il primo a presentare un progetto di riforma, ma voglio essere l’ultimo.”
La ragione è semplice. Al di là dei guasti evidenti dell’attuale sistema (spesa fuori controllo, decine di milioni di persone senza copertura, prezzi troppo elevati delle prestazioni e dei farmaci) e quindi della elementare giustizia di riformarlo, la posta in gioco è soprattutto politica.

Se Obama perde questa volta i repubblicani sapranno che la stagione di caccia è aperta e punteranno a bloccare tutti gli altri provvedimenti che Obama ha promesso e cui ha affidato le sorti della sua presidenza: la riforma del sistema energetico, la riforma dell’immigrazione (con prevedibile sanatoria per i dieci milioni di irregolari), la riforma del sistema bancario; e sarà anche molto difficile per lui riuscire a mettere insieme il necessario consenso sulla guerra in Afghanistan (che continua ad andare male) e in genere sulla politica estera.

Quindi Obama ha deciso di dare battaglia. Questa volta non l’ha fatto con un discorso “ispirato”, dei suoi, ma con un discorso tutto politico rivolto ai politici. Con tutti, repubblicani e democratici, conservatori e liberal, ha usato il pugno di ferro dentro il guanto di velluto. Ai primi ha confermato la sua disponibilità ad ascoltare le loro proposte alternative e a continuare il dialogo, ma subito dopo ha aggiunto un monito durissimo: “Non perderò tempo con coloro che hanno deciso per motivi politici di affossare questo piano invece di correggerlo”.

Alla sua maggioranza ha fatto capire che non ha bisogno di tutti: gli bastano 51 voti al senato (ne ha 59) e 218 alla camera (ne ha 256), e quindi è finita la stagione dei negoziati interminabili per ottenere il consenso dei “blue dog democrats” (i cani blu) conservatori.

Ai liberal nel paese e nel congresso, che hanno deciso di puntare i piedi perché nel piano sia presente una “opzione pubblica” (cioè una assicurazione gestita dallo stato), proposta inizialmente dallo stesso Obama, ma che ha incontrato molte resistenze, ha ricordato che l’opzione pubblica non è irrinunciabile, ma solo “un mezzo per un fine” e che ora a lui va bene qualunque altro mezzo (ad esempio, le cooperative) purché si raggiunga l’obbiettivo della totale copertura per tutti i cittadini.

A proposito di cittadini, Obama, dopo avere usato il pugno di ferro, ha concesso anche qualcosa ai conservatori.

Una concessione l’ha fatta a proposito delle cause di risarcimento nei confronti dei medici che sbagliano un’operazione o una diagnosi. Obama si è detto disposto ad accogliere le proposte repubblicane che mirano a limitare la responsabilità dei medici e degli ospedali.

Un’altra concessione riguarda il numero di persone coperte: in passato aveva sempre parlato di 47 milioni di persone senza assistenza sanitaria, ma si è scoperto che almeno dieci milioni di questi sono immigrati illegali (altri 6 o 7 non si sono iscritti al programma pubblico pur avendone diritto).

Non ha detto che non saranno assistiti, ma sorprendentemente nel discorso di mercoledì il numero di persone senza copertura è sceso a 30 milioni. Una concessione alla destra che vuole cacciare gli immigrati clandestini con la forza.

Entro il prossimo mese il presidente Barack Obama è intenzionato a firmare una riforma sanitaria. Se cosi non fosse, potrebbero cominciare seri guai politici per questo grande uomo che fino ad ora ha comunque sconvolto l’America.

Fonte: Businessonline.it

Condividi:
  • Facebook
  • Segnalo
  • Wikio IT
  • FaiInformazione
  • TechNotizie
  • Diggita
  • OkNotizie
  • del.icio.us
  • email
  • Reddit
  • Twitter
  • Upnews
  • ZicZac

218 letture

Tags: , , , , , , , , , ,